La società della trasparenza

C'è una linea sottilissima...

tra condividere il dolore o metterlo in vetrina.

Una linea quasi invisibile. 

Eppure si sente.

Così come esiste una linea sottile tra erotismo e pornografia.

L’erotismo custodisce.
La pornografia espone.

Pornografia come forma culturale: non solo sessuale, ma strutturale. 

È l’esposizione totale dell’oggetto, svuotato di mistero, reso immediatamente consumabile.* 

Quando tutto è visibile, nulla è più sacro.

Il digitale ha quasi abolito la distanza.
E senza distanza non esiste pudore.
E senza pudore non esiste profondità.

Mi inquieta questa visibilità coatta per cui ciò che non viene mostrato sembra non esistere.
Mi dà i brividi vedere momenti che richiederebbero silenzio trasformati in contenuti.
Il dolore non più rito intimo, ma materiale da monetizzare in like e attenzione.

Il silenzio non è assenza. È protezione.


Il pudore non è censura. È dignità.

In un mondo che ci vuole sempre connessi ed esposti, forse l’atto più rivoluzionario è custodire.
Non per timore.
Ma per sacralità.

La trasparenza totale non è innocente.


Porta con sé un presupposto implicito: che il valore coincida con la visibilità.

Come se ciò che è autentico dovesse essere esposto, spiegato, reso accessibile a chiunque — e subito.

Ma questa è una riduzione.

Non tutto ciò che è vero è destinato alla scena.
Non tutto ciò che è sano ha bisogno di essere dimostrato.
Non tutto ciò che è profondo può essere tradotto in contenuto.

L’idea sottesa è un ricatto silenzioso:
se non mostri, nascondi.
Se non racconti, non elabori.
Se non condividi, non esisti.

Si confonde la luce con la bontà.
La spiegazione con la verità.
L’esposizione con l’autenticità.

Eppure l’essere umano non funziona così.

Le zone d’ombra non sono menzogna.
Sono incubazione.
Sono spazi in cui qualcosa può formarsi senza essere subito giudicato o consumato.

Un seme non germoglia sotto un faro acceso.
Ha bisogno di terra. Di copertura. Di tempo.

Quando ogni emozione viene esposta immediatamente, perde la possibilità di maturare.
Diventa reazione, non trasformazione.

L’anima ha bisogno di margini.
Di un confine tra ciò che è mio e ciò che offro al mondo.
Di soglie: esperienze prima vissute, poi comprese, e solo eventualmente condivise.
Di un dentro e di un fuori.

La trasparenza assoluta appiattisce tutto sul presente e sul visibile.
Ma alcune verità hanno bisogno di restare in penombra per diventare profonde.

L’ombra non è oscurità patologica.
È spessore.
È mistero.

E senza mistero, l’essere umano si riduce a superficie.

*Di questo ne scrive il filosofo coreano Byung-Chul Han in “La società della trasparenza”

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